La crisi è finita?

Ti invitiamo a partepare…

Martedì 13 Luglio ore 20.45

Presso: auditorium della Fondazione Morcelli-Repossi
Via Varisco, 9 Chiari (Bs)

Recessione economica, tra industria e finanza:
quali le cause e quali le vie d’uscita…

Ne parleremo con:

Sandro Bonomi

Industriale, Presidente di Enolgas Bonomi Spa, Presidente di ANIMA
(Federazione delle Associazioni Nazionali dell’Industria Meccanica)

Elio Fontana

Commissario Fondazione Cariplo

Andrew Spannaus

Segretario Generale del MOVISOL
(Movimento Internazionale per i Diritti Civili – Solidarietà)

Renato Zaltieri

Segretario Generale della CISL bresciana

Modera:

Claudio Baroni

Giornalista, Vice Direttore del Giornale di Brescia

Giovani Lombardi verso il Partito della Nazione

MORALITA’ DI UN ITALIANO – I valori dell’unità d’Italia e della Resistenza nella vita di ERMES GATTI

GIOVEDI’ 24 GIUGNO 2010 ORE 20.30 SALA PIAMARTA VIA S. FAUSTINO ( BRESCIA)

COORDINA: Marcello ZANE ( giornalista)

PARTECIPANO:

Alberto CAVALLI ( Sottosegretario Presidenza Regione Lombardia)

Gianmarco QUADRINI ( Capogruppo UDC Regione Lombardia)

Emilio DEL BONO ( Capogruppo PD Comune di Brescia)

Guido BARUFFI (Ex consigliere regione Lombardia)

Roberto TAGLIANI

Alvaro PELI ( Coordinatori Fiamme Verdi di Brescia)

Roberta MORELLI ( Presidente Circolo Arnaldo da Brescia)

Luciano CANTONI ( Presidente Gruppo Alpinistico Amici di Cima Caldoline – Capanna Tita Secchi)

Priorità alla discussione sulla manovra, ma la legge sulle intercettazioni va cambiata.

Niente timbri alla cieca, Fini dia precedenza alla manovra anti-crisi
Pubblichiamo da ‘La Repubblica’ l’intervista a Pier Ferdinando Casini di Alessandra Longo.
“Così com’è la legge sulle intercettazioni non supera il vaglio della Consulta”.

«Così com’è uscita dal Senato, la legge sulle intercettazioni va cambiata di tutto punto. Ci vuole un compromesso da trovare insieme. Se io fossi il presidente della Camera, terrei conto che la maggioranza vuole un iter rapido ma userei anche il buonsenso. E il buonsenso dice che viene prima la discussione sulla manovra». Pier Ferdinando Casini conferma la sua strategia nei confronti del centrodestra: niente piazze, niente aule occupate, «niente guerre tra guelfi e ghibellini». Dice il leader dell’Udc: «Io sono per l’opposizione costruttiva».

Onorevole Casini, adesso tocca alla Camera. Che cosa succederà alle intercettazioni ?
«Certo la legge non può passare così. La Camera non è l’ufficio timbri. Il bicameralismo, oltre le storture, ha questo di buono: i prodotti legislativi si possono migliorare».

Non sembra che il centrodestra abbia tutta questa voglia di rimetterci le mani.
«Ripeto: allo stato non è una legge votabile, non supererebbe il vaglio della Consulta. Il rischio è di fare un braccio di ferro inutile. Ci sono tre cose in questo provvedimento che proprio non vanno: sono rimasti fuori dalle deroghe reati fondamentali come il riciclaggio e l’estorsione; c’è poi questa faccenda dei 75 giorni di intercettazioni rinnovabili che non sta in piedi ed è evidente una gravissima violazione del concetto di libertà di stampa. Le multe agli editori comporteranno inevitabilmente uno squilibrio tra i poteri della proprietà e il principio dell’autonomia dei giornalisti».

Insomma, tutto o quasi tutto da tifare.
«Io non ho la strategia del tanto peggio tanto meglio. Io dico alla maggioranza: fermatevi, sediamoci attorno ad un tavolo e troviamo un compromesso che magari non soddisfa ma è meglio di niente».

E’ la teoria del meno peggio.
«E’ la mia teoria. Io voglio cercare di incidere fino all’ultimo minuto sul processo legislativo. Il ruolo dell’opposizione non è occupare l’aula o uscire dall’aula. Così si fa un favore grandissimo alla maggioranza. Alla fine si rischia che questi mettano la fiducia e la legge resti così».

Critico con l’Italia dei Valori e con il Pd: non si salva nessuno.
«In questi due anni alla Camera il Pd si è sempre comportato con estrema correttezza. Adesso sembra succube di Di Pietro. Lui occupa l’aula e loro escono dall’aula come risposta mediatica. Questa non è l’alternativa, come la intendo io».

Berlusconi va per la sua strada. Ha detto che per le intercettazioni si scaldano solo magistrati e giornalisti, cioè una minoranza targata.
«Non sono d’accordo. Nell’opinione pubblica c’è una contrarietà a 360 gradi su questo provvedimento ed esprimono malumore anche persone libere all’interno della maggioranza. Penso a Pisanu, a Pecorella, alla componente di Fini. Lo spazio per la discussione quindi c’è. Perché se è vero che una parte della magistratura è militante è anche vero che non si può licenziare un testo che penalizza l’intero corpo della magistratura e abbassa il tasso di legalità».

Lei è stato presidente della Camera. Se fosse Fini cosa farebbe?
«Un presidente della Camera deve conoscere il regolamento e avere buonsenso. Fini ha entrambi i requisiti».

Il buonsenso che cosa suggerisce ?
«Di prendere atto che la maggioranza vuole un ‘accelerazione sulle intercettazioni ma anche che non ci può mai essere una forzatura delle regole. Non è la corsa dei cento metri. E va detta anche un’altra cosa».

Dica.
«Le intercettazioni sono sul tavolo già da tre anni. La discussione sulla manovra adesso deve avere la priorità».

Casini, dentro il Pdl la corteggiano. Non è che pensa ad un rientro?
«Non abbiamo mai accettato ministeri, non cominceremo a farlo certo adesso, sarebbe umiliante per tutti. Io faccio un altro ragionamento: c’è bisogno di una fase politica nuova che metta assieme tutte le forze responsabili, che aiuti l’Italia in declino a risollevarsi. Ho letto l’intervista di Beppe Pisanu a Repubblica e mi ritrovo nelle sue parole».

Berlusconi crede nell’autosufficienza.
«E’ lui il presidente del Consiglio. Se pensa che in questo Paese vada tutto bene, continui cosi».

anche su www.pierferdinandocasini.it

2 Giugno – Festa della Repubblica

Il 2 giugno 1946, a seguito dei risultati del referendum istituzionale, l’Italia diveniva una Repubblica, mettendo fine alla nefasta esperienza del Fascismo, alle morti, alla privazione delle libertà ed aprendo una nuova fase di democrazia e prosperità.

Anche oggi è importante ricordare. Anche oggi l’Italia ha bisogno di attingere allo stesso senso di unità e alle stesse energie che hanno garantito alla nazione pace e benessere.

Giovani UDC Brescia


Risposta ad Adro

“Voglio urlare che io non ci sto. Ma per non urlare e basta ho deciso di fare un gesto che vorrà dire poco, ma vuole tentare di svegliare la coscienza dei miei compaesani”
Sono rimasto particolarmente colpito dal contenuto della lettera con la quale l’imprenditore di Adro ha inteso accompagnare il nobile gesto di donare il necessario economico alla mensa del suo Paese per i bambini.
Intanto, grazie, grazie sincero da cittadino italiano, da candidato alle elezioni regionali, da giovane che tenta di partecipare alla vita sociale, culturale di Brescia.
Il forte ringraziamento per due essenziali ragioni: il gesto etico, umano, civilissimo e nobile del dono, della privazione di qualcosa da sé, per l’aiuto e il sostegno ad altri meno fortunati, più nella necessità e nel bisogno, fino all’estremo del bisogno alimentare, della prima sussistenza vitale.
La seconda motivazione la trovo nelle parole, nei toni, nello spirito della lettera: puntuale, forte, intelligente, vibrante. “Io sono per la legalità. Per tutti e per sempre”. “Sono figlio di un mezzadro che non aveva soldi ma un infinito patrimonio di dignità”. “Chiedo sempre e solo la condivisione dei valori fondamentali e al primo posto il rispetto della persona”. “Agli extracomunitari chiedo il rispetto dei nostri costumi e delle nostre leggi, ma lo chiedo con fermezza ed educazione cercando di essere il primo a rispettarle”. “Quando facevo le elementari alcuni miei compagni avevano il sostegno del patronato. Noi eravamo poveri, ma non ci siamo mai indignati. Ma dove sono i miei compaesani, ma come è possibile che non capiscano quello che sta avvenendo?” Passaggi come questi sono l’espressione migliore della nostra cultura e tradizione: il senso profondo del dovere, del senso della legalità e dell’umiltà, anche economica, che all’unisono spronano a cercare condizioni, anche economiche, migliori, non solo per il singolo, ma per il Paese, la comunità, l’azienda intesa come complesso, quasi fosse una ulteriore famiglia. Proprio la nostra terra offre lungimiranti e straordinari esempi in queste prospettive: Padre Marcolini, l’OM-Iveco, la Cooperativa La Famiglia, lo sviluppo di Lumezzane e se allargassimo lo sguardo potremmo chiederci, come ha fatto l’Italia a crescere e diventare benestante, invidiata nel mondo, nella povertà assoluta della sconfitta del 1945? Soprattutto con questo spirito di sacrificio, l’impegno, la condivisione di valori etici ed umani, nei quali riconoscersi e da utilizzare quale direttiva per l’azione istituzionale e privata. Valori oggi latitanti, specie fra noi giovani, con quali drammatiche conseguenze. “Sono certo che almeno uno di quei bambini (che l’imprenditore ha aiutato) diventerà docente universitario o medico o imprenditore o infermiere e il suo solo rispetto varrà la spesa. Ne sono certo perché questi studieranno mentre i nostri figli faranno le notti in discoteca o a bearsi con i valori del “grande fratello”.
Mi sento di condividere ogni parola della lettera: l’attacco crudo e circostanziato all’assenza di legalità, alla politica, locale e non solo, quanto la corretta e lungimirante visione del problema demografico e dell’immigrazione.
Nel video di accettazione della mia candidatura, pubblicato sul sito scrivirampinelli.it, Generazione Cambiamento urlava l’appello alla legalità nelle spese elettorali e chiedeva: “La nostra Generazione deve imporre il Cambiamento, non solo del modo di far politica, oggi”.
Ho parlato propriamente di un “cittadino” di Adro e non solo di “benefattore”, perché il suo, prima di tutto, è un gesto “civico ed umano”, che riporta l’attenzione sui veri e primi problemi, alla loro concretezza, lontano dal chiacchiericcio.
Il gesto di gratuità profonda dell’anonimo imprenditore, il suo feroce radicamento ai migliori, più nobili valori della nostra società, sono regali ed esempi a tutti noi: mai chiudere gli occhi. La nostra Generazione affronterà fra le sfide più complesse dell’intera umanità, quale mondo vorremmo lasciare fra cinquant’anni?
Avv. Bartolomeo Rampinelli Rota
Presidente C.d.A. Fondazione Fede e Scienza

federalismo, piccoli spunti

Il federalismo fiscale è riforma necessaria: gravata però da parecchie, e non trascurabili, incognite. Così riassunte: «Io condivido il federalismo fiscale, ma se non conosciamo costi, tempi di attuazione e fondi perequativi, rischia di essere un semplice titolo. Discutiamo dei numeri». Ma, su questi numeri, il ministro Tremonti mesi fa disse di non avere ancora fatto i conti. Secondo il sottosegretario Crosetto (Pdl-F.Italia), la cifra sarebbe enorme: «Se non ricordo male, durante il passato governo Berlusconi venne fatto uno studio. Il costo calcolato allora (2001-2006) era superiore ai cento miliardi». Cento miliardi! Sul decreto legislativo sul federalismo fiscale, in piena campagna elettorale, solo l’UDC votò motivatamente contro.

Perché questi costi aggiuntivi, che entro il dicembre di quest’anno Tremonti dovrà comunque quantificare? La legge n. 42/09, in accordo con il nuovo assetto federale previsto dall’art. 119 della Costituzione parla di passare dalla “spesa storica” (quella attuale) a “costi standard” cui tutti dovranno uniformarsi. Se per esempio una siringa costa 3 euro in Lombardia e 7 in Calabria, il trasferimento dello Stato sarà di 5 euro, la media. La nostra sanità lombarda ha poco più di 3.500 dipendenti contro i circa 22.000 in Sicilia, anche qui il “riallineamento” sarà necessario. Ma che cosa vuol dire concretamente, nelle singole procedure, uomini e strutture? Prima che però gli enti locali possano uniformarsi a questi “costi standard” passeranno per l’appunto almeno da 5 a 6 anni. Quindi, per fronteggiare l’erogazione dei servizi, alcune Regioni e moltissimi Comuni dovranno aumentare, in modo assai consistente, le tasse locali. E dovranno verosimilmente, sul loro territorio, anche “cartolarizzare” o vendere, o fra entrate Sgr ad hoc per molti beni demaniali (attualmente dello Stato,che con questi beni garantisce il proprio enorme debito pubblico,pari a circa 2 milioni e mezzo di miliardi delle vecchie lire!), in un perenne contenzioso con lo Stato stesso che costa tempo, soldi, incertezze, rischi fiscali ed economici per il Paese.

In definitiva – soprattutto per controllare, sull’intero territorio nazionale, il rispetto effettivo dei “costi standard” – dovrà costituirsi una nuova burocrazia, a partire dalla Commissione parlamentare bicamerale che dal 2011, ovvero da quando verranno attuati tutti i decreti, dovrà valutarne la funzionalità e garantirne l’applicazione. Una burocrazia che graverà, anch’essa, su noi contribuenti. Senza contare infine che le attuali n.91! Province (che ci costano ben 17 miliardi di euro l’anno, contro i 175 miliardi delle Regioni ,assai ben più dei costi dell’intero Parlamento pari a 1 miliardo 663 milioni), nonostante le promesse pre-elettorali, per volontà di Bossi non verranno abolite.
WWW.SCRIVIRAMPINELLI.IT

In margine alla tre giorni di Todi

Pare ci si trovi dinnanzi ad una svolta epocale: progetti ambiziosi, rottura con il passato, latente rifiuto della tradizione, apertura al popolo degli “scontenti”. La rimpatriata degli ormai “ex udc”, in quel di Todi, è pervasa da uno spumeggiante desiderio di novità. Dove stiamo andando? Questa domanda, ascoltati i primi interventi, è sorta spontanea, e si è ripresentata più volte nel corso del convegno accompagnadomi fino a casa. Fino ad ora. Pare che sia stata la contingenza ad “animare” le ragioni alla base della nascita del “nuovo” soggetto politico. “ Non saremo il partito della Chiesa” (sic. Adornato). Come mai un intellettuale come Adornato accosta in modo così disinvolto la parola “partito”, che significa parte, porzione, frazione, alla parola “Chiesa”, che rappresenta l’ecclesia, l’universalità, la totalità? La contraddizione in termini non può stabilire neppure nessi contrari. Tutti conosciamo la storia del nostro partito, e molti di noi hanno vissuto da protagonisti le tappe che l’hanno condotto ad essere ciò che oggi rappresenta. La volontà di mantenere una forte identità, ancorata a valori etici che affondano le proprie radici nel cattolicesimo, è stata una scelta che ci ha guidato fino ad oggi, ed oggi possiamo affermare di essere dei seri interlocutori all’interno del caotico scenario politico. Perché ho avuto la netta sensazione che questa volontà si stia affievolendo , lasciando spazio a qualcosa di diverso, di non delineato, del “va bene tutto e il contrario di tutto”? Come possiamo infiammare d’amore cristiano la vita del Paese, se noi stessi tendiamo a sincretizzarci? Mons. Fisichella ha delineato il ritratto del cristiano in politica: “ è uomo e donna che prega per non perdersi nella quotidianità”. Dunque è richiesto uno spirito che si lascia spiritualizzare per comprendere il tutto e così ottenere la forza di agire nel concreto. Ed è forse possibile agire “da soli” nel concreto? O piuttosto, per la natura stessa della nostra appartenenza ad una comunità, possiamo e dobbiamo cooperare con gli altri e, attraverso la logica dell’amore, aprirci al confronto senza compromessi? Con i miei amici posso e devo organizzarmi per le battaglie a difesa ed affermazione di quei valori cristiani e universali non negoziabili. C’è una storia in tal senso. Una storia fatta di persone, di concretezza mai sopita. Una storia di testimoni di cui oggi, più di ieri, il mondo abbisogna. La nostra incapacità di testimonianza non può e non deve essere di “inciampo” all’affermazione della nostra fede. Per ogni credente, la dottrina è la forma della fede. La dottrina sociale della chiesa è e deve restare il faro che illumina la notte e che dirada la nebbia nella quale anche noi ci troviamo a camminare. Non perdiamo l’orientamento. A Todi non ho sentito un richiamo forte e maturo. Ho sentito balbettare, e sono convinto che con i balbettii il mondo giovanile non sarà intercettato. Coerenza personale dunque, testimonianza. Le parole finte non sono un richiamo credibile. A noi è richiesto proporre Cristo quale “veltanshaung”. Cristo è la visione del mondo nella lezione guardiniana. In politica manca questo tipo di testimonianza e la colpa della “morte di Dio” in politica è solo nostra. Dobbiamo cessare di essere dei pavidi, perché diversamente falliremo su tutti i fronti del servizio alla comunità. Moralizziamo noi stessi per primi. Guardiamo in alto, con i piedi ben saldi a terra; non guidiamo i nostri passi senza orientamento alla stella del mattino. Diversamente saremo solo turisti per caso in questo mondo.

Auto-critica di un’Italia in crisi d’identità

Piene le piazze reali o virtuali di gente che critica. Parole dirette o indirette che biasimano il sistema e le persone che ne sono a capo. Prendono piede sempre in misura maggiore le constatazioni generali per cui << qualcosa che non va c’è>>. Ma cosa? L’economia? Un concetto astratto, di cui tanti parlano, sproloquiano, oserei dire, senza sapere nemmeno di cosa realmente stanno parlando. Un concetto così astratto, ma che diventa improvvisamente concreto quando si va a constatare con interviste o indagini strappalacrime le situazioni delle famiglie italiane lasciate sole da uno Stato assente laddove c’è il padre, operaio cassaintegrato, come unica fonte di sostentamento.
Allora che sia lo Stato il vero problema? La sua assenza è il vero problema o è la sua onnipresenza nell’ambito dell’informazione e dell’indottrinamento delle persone? Lo Stato in realtà ha perso la sua identità, è come se si fosse privato di una coscienza storica, come se non sapesse più che si basa sì su una “sovranità”, che nessuno mette in discussione, ma come secondo fondamento basilare dovrebbe contemplare la “spersonalizzazione del comando politico”. Invece sempre più è il personaggio che sembra detenere il potere: decide, sbriga, fa e disfa.
Il cittadino perplesso, assiste attonito a tutto ciò, viene meno il suo interesse, manifesta sdegno, toglie il rispetto e la stima non solo ai singoli, i responsabili, ma leggendo i comportamenti del cittadino ecco che si incontra una sineddoche e rispetto e stima vengono tolti all’intero apparato istituzionale. Il problema quindi sta nelle Istituzioni? Ma ne sono rimaste realmente? Un’istituzione è qualcosa che identifica una struttura sociale, un’organizzazione. Le istituzioni creano e applicano regole che governano il comportamento umano di una persona in un determinato territorio. Se per territorio, poi,intendiamo la Nazione siamo finiti. Siamo stati privati della coscienza di un’identità condivisa, dal sentimento di appartenenza a tale identità e di solidarietà che dovrebbe legarci. Consolazione non richiesta è il constatare che la strategia del “divide et impera” è sempre una buona strategia per risolvere molte questioni. Sempre prendendo spunto dagli Antichi Romani i nostri tempi han riproposto un tipo di politica allora diffusa, quella del “panem et circenses”.
Ecco che allora la gente mischia i reali problemi con le fatiche sopportate dall’ultima starlet costretta a spostare un casco di banane su una fantomatica isola; la gente versa lacrime perché non riesce a trovar lavoro e le stesse lacrime vengono versate perché il proprio beniamino non diventerà mai famoso. La gente ride di gusto quando i comici fan parodia della loro vita e ride pure per le parole che uomini di governo rivolgono alla comunità ed infine gioisce euforicamente quando il proprio leader fa vane promesse così come quando vede allo stadio la propria squadra vincere. Rilevare questa confusione nella gente è spiazzante, non capire cosa voglia veramente, non capire se il Popolo “c’è o ci fa”, se sa di essere in un’Italia reale, dove partecipare non significa prender parte al televoto, ne tanto meno organizzare cori da stadio. Partecipare significa ricreare la cultura, interessarsi in maniera pratica a ciò che ci sta intorno, significa sentire nuovamente l’esigenza di essere educati per ritrovare quella coscienza civica e civile che volutamente ci è stata azzerata. Vuol dire essere critici anche nei confronti di noi stessi, che fino a ora ci siamo accontentati di “omogeneizzati culturali” guardando in una direzione unica. E’ ora di cambiare prospettiva, è ora di vederci protagonisti e non più limitarci ad assistere a un penoso avanspettacolo per il quale abbiamo pagato un biglietto fin troppo caro: l’identità, quella che orgogliosamente dovrebbe farci sentire Italiani.

Casini, serve un patto di unità nazionale