
Piene le piazze reali o virtuali di gente che critica. Parole dirette o indirette che biasimano il sistema e le persone che ne sono a capo. Prendono piede sempre in misura maggiore le constatazioni generali per cui << qualcosa che non va c’è>>. Ma cosa? L’economia? Un concetto astratto, di cui tanti parlano, sproloquiano, oserei dire, senza sapere nemmeno di cosa realmente stanno parlando. Un concetto così astratto, ma che diventa improvvisamente concreto quando si va a constatare con interviste o indagini strappalacrime le situazioni delle famiglie italiane lasciate sole da uno Stato assente laddove c’è il padre, operaio cassaintegrato, come unica fonte di sostentamento.
Allora che sia lo Stato il vero problema? La sua assenza è il vero problema o è la sua onnipresenza nell’ambito dell’informazione e dell’indottrinamento delle persone? Lo Stato in realtà ha perso la sua identità, è come se si fosse privato di una coscienza storica, come se non sapesse più che si basa sì su una “sovranità”, che nessuno mette in discussione, ma come secondo fondamento basilare dovrebbe contemplare la “spersonalizzazione del comando politico”. Invece sempre più è il personaggio che sembra detenere il potere: decide, sbriga, fa e disfa.
Il cittadino perplesso, assiste attonito a tutto ciò, viene meno il suo interesse, manifesta sdegno, toglie il rispetto e la stima non solo ai singoli, i responsabili, ma leggendo i comportamenti del cittadino ecco che si incontra una sineddoche e rispetto e stima vengono tolti all’intero apparato istituzionale. Il problema quindi sta nelle Istituzioni? Ma ne sono rimaste realmente? Un’istituzione è qualcosa che identifica una struttura sociale, un’organizzazione. Le istituzioni creano e applicano regole che governano il comportamento umano di una persona in un determinato territorio. Se per territorio, poi,intendiamo la Nazione siamo finiti. Siamo stati privati della coscienza di un’identità condivisa, dal sentimento di appartenenza a tale identità e di solidarietà che dovrebbe legarci. Consolazione non richiesta è il constatare che la strategia del “divide et impera” è sempre una buona strategia per risolvere molte questioni. Sempre prendendo spunto dagli Antichi Romani i nostri tempi han riproposto un tipo di politica allora diffusa, quella del “panem et circenses”.
Ecco che allora la gente mischia i reali problemi con le fatiche sopportate dall’ultima starlet costretta a spostare un casco di banane su una fantomatica isola; la gente versa lacrime perché non riesce a trovar lavoro e le stesse lacrime vengono versate perché il proprio beniamino non diventerà mai famoso. La gente ride di gusto quando i comici fan parodia della loro vita e ride pure per le parole che uomini di governo rivolgono alla comunità ed infine gioisce euforicamente quando il proprio leader fa vane promesse così come quando vede allo stadio la propria squadra vincere. Rilevare questa confusione nella gente è spiazzante, non capire cosa voglia veramente, non capire se il Popolo “c’è o ci fa”, se sa di essere in un’Italia reale, dove partecipare non significa prender parte al televoto, ne tanto meno organizzare cori da stadio. Partecipare significa ricreare la cultura, interessarsi in maniera pratica a ciò che ci sta intorno, significa sentire nuovamente l’esigenza di essere educati per ritrovare quella coscienza civica e civile che volutamente ci è stata azzerata. Vuol dire essere critici anche nei confronti di noi stessi, che fino a ora ci siamo accontentati di “omogeneizzati culturali” guardando in una direzione unica. E’ ora di cambiare prospettiva, è ora di vederci protagonisti e non più limitarci ad assistere a un penoso avanspettacolo per il quale abbiamo pagato un biglietto fin troppo caro: l’identità, quella che orgogliosamente dovrebbe farci sentire Italiani.




