Pare ci si trovi dinnanzi ad una svolta epocale: progetti ambiziosi, rottura con il passato, latente rifiuto della tradizione, apertura al popolo degli “scontenti”. La rimpatriata degli ormai “ex udc”, in quel di Todi, è pervasa da uno spumeggiante desiderio di novità. Dove stiamo andando? Questa domanda, ascoltati i primi interventi, è sorta spontanea, e si è ripresentata più volte nel corso del convegno accompagnadomi fino a casa. Fino ad ora. Pare che sia stata la contingenza ad “animare” le ragioni alla base della nascita del “nuovo” soggetto politico. “ Non saremo il partito della Chiesa” (sic. Adornato). Come mai un intellettuale come Adornato accosta in modo così disinvolto la parola “partito”, che significa parte, porzione, frazione, alla parola “Chiesa”, che rappresenta l’ecclesia, l’universalità, la totalità? La contraddizione in termini non può stabilire neppure nessi contrari. Tutti conosciamo la storia del nostro partito, e molti di noi hanno vissuto da protagonisti le tappe che l’hanno condotto ad essere ciò che oggi rappresenta. La volontà di mantenere una forte identità, ancorata a valori etici che affondano le proprie radici nel cattolicesimo, è stata una scelta che ci ha guidato fino ad oggi, ed oggi possiamo affermare di essere dei seri interlocutori all’interno del caotico scenario politico. Perché ho avuto la netta sensazione che questa volontà si stia affievolendo , lasciando spazio a qualcosa di diverso, di non delineato, del “va bene tutto e il contrario di tutto”? Come possiamo infiammare d’amore cristiano la vita del Paese, se noi stessi tendiamo a sincretizzarci? Mons. Fisichella ha delineato il ritratto del cristiano in politica: “ è uomo e donna che prega per non perdersi nella quotidianità”. Dunque è richiesto uno spirito che si lascia spiritualizzare per comprendere il tutto e così ottenere la forza di agire nel concreto. Ed è forse possibile agire “da soli” nel concreto? O piuttosto, per la natura stessa della nostra appartenenza ad una comunità, possiamo e dobbiamo cooperare con gli altri e, attraverso la logica dell’amore, aprirci al confronto senza compromessi? Con i miei amici posso e devo organizzarmi per le battaglie a difesa ed affermazione di quei valori cristiani e universali non negoziabili. C’è una storia in tal senso. Una storia fatta di persone, di concretezza mai sopita. Una storia di testimoni di cui oggi, più di ieri, il mondo abbisogna. La nostra incapacità di testimonianza non può e non deve essere di “inciampo” all’affermazione della nostra fede. Per ogni credente, la dottrina è la forma della fede. La dottrina sociale della chiesa è e deve restare il faro che illumina la notte e che dirada la nebbia nella quale anche noi ci troviamo a camminare. Non perdiamo l’orientamento. A Todi non ho sentito un richiamo forte e maturo. Ho sentito balbettare, e sono convinto che con i balbettii il mondo giovanile non sarà intercettato. Coerenza personale dunque, testimonianza. Le parole finte non sono un richiamo credibile. A noi è richiesto proporre Cristo quale “veltanshaung”. Cristo è la visione del mondo nella lezione guardiniana. In politica manca questo tipo di testimonianza e la colpa della “morte di Dio” in politica è solo nostra. Dobbiamo cessare di essere dei pavidi, perché diversamente falliremo su tutti i fronti del servizio alla comunità. Moralizziamo noi stessi per primi. Guardiamo in alto, con i piedi ben saldi a terra; non guidiamo i nostri passi senza orientamento alla stella del mattino. Diversamente saremo solo turisti per caso in questo mondo.



