Il federalismo fiscale è riforma necessaria: gravata però da parecchie, e non trascurabili, incognite. Così riassunte: «Io condivido il federalismo fiscale, ma se non conosciamo costi, tempi di attuazione e fondi perequativi, rischia di essere un semplice titolo. Discutiamo dei numeri». Ma, su questi numeri, il ministro Tremonti mesi fa disse di non avere ancora fatto i conti. Secondo il sottosegretario Crosetto (Pdl-F.Italia), la cifra sarebbe enorme: «Se non ricordo male, durante il passato governo Berlusconi venne fatto uno studio. Il costo calcolato allora (2001-2006) era superiore ai cento miliardi». Cento miliardi! Sul decreto legislativo sul federalismo fiscale, in piena campagna elettorale, solo l’UDC votò motivatamente contro.
Perché questi costi aggiuntivi, che entro il dicembre di quest’anno Tremonti dovrà comunque quantificare? La legge n. 42/09, in accordo con il nuovo assetto federale previsto dall’art. 119 della Costituzione parla di passare dalla “spesa storica” (quella attuale) a “costi standard” cui tutti dovranno uniformarsi. Se per esempio una siringa costa 3 euro in Lombardia e 7 in Calabria, il trasferimento dello Stato sarà di 5 euro, la media. La nostra sanità lombarda ha poco più di 3.500 dipendenti contro i circa 22.000 in Sicilia, anche qui il “riallineamento” sarà necessario. Ma che cosa vuol dire concretamente, nelle singole procedure, uomini e strutture? Prima che però gli enti locali possano uniformarsi a questi “costi standard” passeranno per l’appunto almeno da 5 a 6 anni. Quindi, per fronteggiare l’erogazione dei servizi, alcune Regioni e moltissimi Comuni dovranno aumentare, in modo assai consistente, le tasse locali. E dovranno verosimilmente, sul loro territorio, anche “cartolarizzare” o vendere, o fra entrate Sgr ad hoc per molti beni demaniali (attualmente dello Stato,che con questi beni garantisce il proprio enorme debito pubblico,pari a circa 2 milioni e mezzo di miliardi delle vecchie lire!), in un perenne contenzioso con lo Stato stesso che costa tempo, soldi, incertezze, rischi fiscali ed economici per il Paese.
In definitiva – soprattutto per controllare, sull’intero territorio nazionale, il rispetto effettivo dei “costi standard” – dovrà costituirsi una nuova burocrazia, a partire dalla Commissione parlamentare bicamerale che dal 2011, ovvero da quando verranno attuati tutti i decreti, dovrà valutarne la funzionalità e garantirne l’applicazione. Una burocrazia che graverà, anch’essa, su noi contribuenti. Senza contare infine che le attuali n.91! Province (che ci costano ben 17 miliardi di euro l’anno, contro i 175 miliardi delle Regioni ,assai ben più dei costi dell’intero Parlamento pari a 1 miliardo 663 milioni), nonostante le promesse pre-elettorali, per volontà di Bossi non verranno abolite.
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